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domenica 13 settembre 2026

Scake legge "Quello che possiamo sapere" - Ian McEwan


Ho una contrattura ai muscoli lombari, sono sul divano, non posso muovermi. Per fortuna ho un Kobo in mano e ho letto tutto "Quello che possiamo sapere" di Ian McEwan. La finestra è aperta sul balcone. Il vento schiaffeggia i miei gerani e l'hemerocallis dai lunghi steli che portano già i fiori arancioni. Ma il vento porta a ondate anche il suono di una tromba che si esercita su pezzi facili, è piacevole anche se ogni tanto perde fluidità e spernacchia o cala di tono. Come colonna sonora però la sua imperfezione mi piace. 

Perché questo romanzo ha come centro un sonetto che per sua natura come composizione deve essere perfetta. Ma tutto quello che gli ruota attorno è profondamente imperfetto, spesso estremamente sbagliato. La trama è insolita e stimola in me vari pensieri il che è molto positivo. Amo quando succede. 

(potrebbe contenere spoiler)

 Le persone di cui si parla vivono in un passato corrispondente ad oggi, ma il protagonista del romanzo le sta studiando dal futuro. Fra 100 anni il mondo come lo conosciamo evolverà in quello che oggi evoca le nostre paure. Succede esattamente quello che oggi ci viene annunciato succederà: disastro ecologico dovuto al cambiamento climatico e ad una bomba atomica sganciata per errore nell'oceano, l'intelligenza artificiale che non ci ha protetto, la privacy che è sparita del tutto di conseguenza un ritorno ad una vita più rurale. Ma questo futuro danneggiato non impedisce il conforto di una quotidianità: a tutto ci si può adattare. L'umanità continua a sopravvivere nella sua routine. Le scelte di vita cambiano in base alla situazione contingente, il modo di spostarsi cambia per via della riduzione delle terre emerse, ma le persone proseguono a lavorare mangiare fare figli mettere su casa incontrarsi. Leggo pensando che vorrei succedesse questo nel caso succeda quello che tutti temiamo di più. Vorrei che si possa dire un giorno:"siamo sopravvissuti, non stiamo facendo troppa fatica" 

In questo passato Vivien ha rinunciato alla sua vita accademica per il grande poeta con cui si è sposata. Lui le ha scritto un sonetto che reciterà la sera della festa del suo compleanno davanti ad una ristretta cerchia di amici. Sarà una grande esibizione: del poeta e del suo ego, Vivien si sente comunque amata nonostante tutto. Veniamo a saperlo attraverso delle pagine scritte, email o chat dei presenti. Le persone ascoltano il poeta declamare l'opera mentre riflettono sulla loro vita. Ognuno in ascolto per affetto, ma altrove per necessità impellente di vita. Vivien sa tutto, capisce tutto, accetta tutto. Gli altri non la capiscono, suo marito non si accorge di niente. 

Il ricercatore che sta cercando di ritrovare il sonetto andato perduto e ce ne racconta la storia, vive in parallelo la sua vicenda personale che sembra una vita di oggi, è tratteggiata con una quotidianità familiare, ma suona anomala. Da come prende i mezzi di trasporto, da come spende i soldi per mangiare capiamo che il mondo è diverso. È cambiato quasi tutto. 

A metà libro proprio sul climax si interrompe il racconto dal futuro e inizia quello dal passato. il romanzo parla con le parole di Vivien, entriamo nel suo diario. Ha voluto lasciare ai posteri tutta la verità sulla sua vita, un riscatto di onestà dopo una esistenza di omertà. Quello che racconta svela la sua personalità tormentata da un'affettività educata male, piena di voragini che la rende corresponsabile di eventi dolorosi, quasi impossibili da superare. Lei però va avanti a testa bassa, pulisce tutto, cancella i segni, come fa ossessivamente ogni giorno in casa. Pulisce e si aggrappa a chi resta. Capiamo molte cose, capiamo lei fino in fondo all'anima e la apprezziamo per la sua brutale onestà, per la capacità di rimanere a galla, di continuare a cercare la relazione con le persone e a dare senza rabbia, senza rancori e a trovare in questo modus vivendi la sua redenzione. 

Ci sono dei lutti in questa storia ovviamente e in un passo ho riconosciuto una dinamica che mi appartiene:

 "Il lutto è una condizione onirica. I segnali indicatori del tempo consueto e delle quotidiane incombenze vengono divelti. Ogni legame significativo conduce al passato recente, a un'improvvisa assenza e a un conflitto con ciò che avrebbe potuto o dovuto essere". Io lo vivo così, come una vertigine, un lampo che passa e mi trascina via per qualche istante e non distinguo il sopra dal sotto. Questo passo ha dato voce ad una sensazione che vivo da quando ho perso mio padre sei anni fa. È stato durante e a causa del COVID, per questo la dimensione onirica si è accentuata. 

"Quello che possiamo sapere" mi è piaciuto moltissimo, è un libro che rimane a lungo nella testa anche dopo averlo finito. 

La storia è davvero particolare, la tensione (vorrei dire l'inquietudine) rimane sempre molto alta.